06 Berliner Kunstsalon

Humboldt Umspannwerke

8,00 euro

Primo giorno, 23 settembre 2009

Una settimana di fiere d’arte a Berlino va affrontata con coraggio, scarpe comode e tanta pazienza.

Non è facile decidere la prima tappa, che influenzerà la visione delle seguenti. Lasciamo decidere al tempo: è una bella giornata, siamo ancora frastornati dal viaggio e l’unica meta raggiungibile facilmente a piedi è la “Messe” a Prenzlauer Berg, per cui ci incamminiamo verso Kopenhagener Straße.

L’edificio che ospita il Berliner Kunstsalon si presenta anticipando alcune sensazioni che la fiera genera: grande (o quantomeno alto), labirintico, segnato dal tempo e di una decadenza conservata con affetto, insomma “berlinese”, come i suoi mattoncini rossi e l’aspetto “Fabrik” che caratterizza molti altri edifici, ora sedi di centri culturali nella città.

Dunque, nei ben 5 piani (o forse 6, con la cantina), sono ospitate non solo gallerie ma anche singoli artisti sopratutto berlinesi, con una prevalenza di genere che salta immediatamente all’occhio: la pittura è presente in dimensione massiccia, circa il 70% delle opere esposte sono quadri, e non pochi ad olio, con generi vari che non escludono il figurativo di stampo verista, fino alle nature morte con soggetti fruttiferi. Al secondo posto per genere viene la fotografia, seguita da installazioni e sculture, che non ricoprono affatto un ampio spazio e, in ultima posizione, i video, che si contano davvero sulla punta delle dita di una mano.

La qualità è piuttosto omogenea, benché si nota l’assenza di una cura artistica nell’insieme.

Partendo dalle non molte installazioni, due sono le tendenze che emergono. La prima: il congelamento della realtà così come la si vede, in forme neutralizzate da smalti, colori, resine, cartapeste, gommepiume, catrami e pasta frolla che imprigionano arbusti, cactus, calchi di uomini ed esseri grotteschi, ma anche missili da guerra, giganteschi elicotteri e simboli del regime nazista, tutti rivestiti da stesure piatte di colori più o meno coprenti o realizzati interamente dallo stesso materiale sintetico o naturale.

Sembra che non si riesca ad uscire dall’immagine esatta di realtà che ci circonda ogni giorno, ricolorata o bloccata in un eterno, statico bianco.

L’altra tendenza, non poi tanto diversa dalla prima, è quella del “mondo dei balocchi” e “del mondo che non c’è” che caratterizza spesso l’arte contemporanea, non solo installativa ma anche pittorica, quella che vuole mostrarsi ironica e provocatoria alla Cattelan, ma che risulta spesso piatta e illustrativa. I temi sono sempre i soliti: nippo-gay dai grandi piselli, donnone maggiorate sottomesse, bambole manga, qualche immancabile politico riconoscibile, conigli che fumano, cagnolini di peluche conficcati dentro scatoloni, uccelli morti, farfalle di carta, bambine impiccate, braccia di Hulk, ometti in maglia di lana, vari oggetti sadomaso di pelle o plasticona, Madonne tarlate e Gesù in croce, nonché le immancabili figure ricoperte di brillantini come palle da discoteca, quadri al Pongo, caramelle al silicone e faccine fatte di pile, lampadine e tappi. La voglia di giocare è talmente presente che si porta dietro travestimenti e ambienti: skateboard illustrati, giubbotti, case di stracci fino alla ricostruzione di un salottino horror-vittoriano con, al posto delle bambole, gli artisti stessi in scena.

Se nel gruppo precedente la realtà veniva congelata, qua la si fugge, ci si gioca, come se bastasse un’operazione del genere per dissacrarla. Quello che dispiace non è tanto la realizzazione poco curata, ma l’ingenuità con cui spesso vengono presentati questi lavori fragili e noiosamente confusi a livello espressivo, quando non sono solo espressione della moda del momento.

Sempre sul versante installativo ci sono inoltre pochi esempi nostalgici di arte concettuale, che peccano un po’ di congestione compositiva: l’uso dell’oggetto (stavolta quello vero preso da casa) alla maniera dada. Non sono tra quelli che pensano che dopo Duchamp nessuno possa usare una sedia vecchia per farne opera d’arte senza che gli si dia del copione, ma non basta sottolineare con un titolo impegnativo come “Bureau für bild transformation” una ricostruzione de “La classe morta” in versione operaia-seriale con tanto di macchine da scrivere per renderla efficace, né “installare” due televisori sopra una lavatrice (sopratutto quando gli si aggiunge anche un mappamondo, un tappeto persiano, qualche tavolino IKEA® e un bel groviglio di cavi e ciabatte a vista) per richiamare un Lavier (che almeno ha il dono della sintesi), né piazzare una frittellona di vetroresina grezza a terra o appiccicare bozzoli di poliuretano espanso alle pareti per parlare un linguaggio contemporaneo, tanto meno elevare strutture sferico-planetarie annodate con cavetti di rame e fili neri per sentirsi alla Biennale di Venezia.

Infatti, c’è chi poi i pianeti li dipinge, tanto per ribadire il “non ora, non qui”. Mi chiedo però, e chiaramente rivolgo la domanda anche a me stessa: dove?

Riguardo alle opere pittoriche, viene da pensare che il “quadro” resiste. La voglia di immagine, di rappresentare, e, spesso, di rappresentare il proprio singolo mondo, viene sottolineata dalla persistenza della figura umana nei soggetti e dalle scelte tecniche: olio su tela, acrilico, murales, street art e disegno, quella tipologia contemporanea di disegnino lineare- bidimensionale- a lapis, leggero- leggero su preziosissimi fogli fabriano, appeso con le mollette.

Ci sono non pochi esempi di rifiuto della figura per i generi più geometrici: quasi tutta l’area dedicata al Talpas Labirinth è costellata di pittori e pittrici che lavorano su accostamenti tonali, campiture piatte irregolari, campiture piatte geometriche, esercizi di texture grafiche, campiture organizzate in strutture, tanto da ricordare lontanamente i nostri formalisti italiani degli anni Cinquanta.

La fotografia, molto presente, colpisce anch’essa per una strana aderenza al passato molto vicino: noto, come già notato più volte nel corso dell’ultimo anno, un amore sfrenato per l’uso del diapoproiettore, quello di casa, con cui si guardavano le foto delle vacanze, quello che inevitabilmente si inceppa una volta su tre (forse per questo preferiamo il digitale) e che fa tanto anni Settanta. A parte il mezzo di riproduzione, il soggetto alterna l’auto-narcisimo emulatore dei grandi maestri della fotografia erotica, lo stile Benetton che vuol far vedere quanto siamo belli quando siamo diversi, con un’infinità di soggetti frontali in posa, a sfondo piatto, ben centrati e spesso con sguardo al pubblico. I soggetti esprimono multiculturalità, per carità, ma sempre molto ripulita.

Camminando per le sale, a volte viene da pensare che la Humboldt Umspannwerke è talmente bella di per sé, densa di ricordi e di forme affascinanti che abitarla con immagini pensate per essere viste, e non sempre frutto di esperienze sincere, sia un’impresa ardua: “quando il concetto di arte lo si ama segmentare, si corre grande rischio”, diceva qualcuno di mia conoscenza.

Una nota positiva, però, l’ho avuta e lo ritengo un regalo: un’artista, né giovane, né rappresentata da una galleria di grido, nel suo stand personale mi si è avvicinata. Realmente interessata alla mia curiosità, voleva spiegarmi da dove venivano i suoi lavori digitali, mostrarmi al PC tutto il processo di realizzazione, confrontarsi con me, aprendomi al suo mondo, senza troppe “meraviglie”. Al di là di ciò che esponeva, l’umanità e la passione che mi ha mostrato li ricorderò sempre con affetto.

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