Pregi e difetti

È stata inaugurata una settimana fa, venerdì 14 agosto, la mostra di Peter Ruehle, Brand, nella Galerie Kai Hilgemann a Berlino.

La Galerie Kai Hilgemann si trova si trova in Zimmerstrasse 90-91 (Mitte) assieme a molte altre gallerie, tra cui la DAAD Galerie. Zimmerstrasse è a due passi dal Checkpoint Charlie; venendo dal Checkpoint, sulla destra vedrete per prima cosa la vetrina della DAAD Galerie e, subito dopo l’entrata di un’edificio che vi condurrà alla Kai Hilgemann. Se non la vedete subito, non esitate: si trova a piano terra, nel secondo cortile; praticamente l’ultimo capannone sulla sinistra.

L’inaugurazione non sembrava aver attirato molto gente, oppure agosto si faceva sentire anche a Berlino, dove la maggior parte delle gallerie erano chiuse per pausa estiva.

Lo spazio espositivo era stato suddiviso in tre sale: una grande, dove era situata l’entrata, e due piccole, dietro e davanti alla prima.

La sala grande e una delle sale piccole ospitavano, ovviamente, i lavori di Ruehle; nell’altra sala si poteva vedere anche un’opera del messicano Bosco Sodi, che dal primo maggio al venti giugno scorso aveva esposto nella Kai Hilgemann. Ruehle presentava, sostanzialmente, lavori di pittura e collage.

Nella sala grande erano esposti molti quadri di medie dimensioni, tutti rigorosamente uguali: profili di città che si estendevano in lunghezza sulla superficie della tela, su sfondo completamente bianco, o nero. Un classico esempio di opera monotale, non nel senso del colore ma della ripetizione. La classica ripetizione industriale, priva del fascino “pop” o di qualcosa che la renda talmente eccessiva da sembrare interessante.

Se si distoglieva lo sguardo dalle opere e si allargava l’attenzione allo spazio, però, era possibile percepire qualcosa di interessante: le opere di Ruehle formavano una sorta di grande installazione, un’installazione involontaria che nel particolare perdeva il suo senso, ma nell’insieme iniziava ad acquistarne.

Allo stesso modo colpiva l’opera di Bosco Sodi esposta nella stanza attigua: un grosso quadro materico blu, con cretti, sfumature e superficie increspata da sabbia o quant’altro avesse usato per renderla aspra e interessante all’occhio. L’opera in sé non suscitava grosso interesse, oltre ad essere molto sacrificata per il modo in cui era stata esposta. Quello che trovavo interessante, però, era l’azione compiuta dall’artista nel realizzarla.

Una persona colta, infatti, nell’osservarla l’avrebbe subito catalogata come una brutta copia dei cretti di Alberto Burri, perchè nell’arte contemporanea, secondo molti, vige la legge che un’opera per essere considerata valida debba proporre qualcosa di nuovo, come se l’autore fosse un marchio da proteggere e il suo lavoro un prodotto da lanciare sul mercato.

Per questo quel cretto blu, sicuramente stucchevole e decorativo, rappresentava, ai miei occhi, un atto di libertà.

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